Stiamo parlando di sostanze presenti negli ambienti (privati o pubblici), in cui trascorriamo più dell’95% della nostra giornata, la cui concentrazione può essere pericolosa per la nostra salute. Nonostante ciò questo argomento oggigiorno non ha la stessa rilevanza dell’inquinamento dell’aria atmosferica esterna. Regolarmente veniamo, infatti, informati sulla cattiva qualità dell’aria esterna causata dal traffico automobilistico (10,2%), dagli impianti industriali (25,6%) e dal riscaldamento domestico (64,2%) – dati elaborati dall’Osservatorio Autopromotek su cinque città italiane.
Raramente, invece, ci viene detto che proprio la necessità di contenere i consumi per il riscaldamento residenziale ha incentivato lo sviluppo di tecniche costruttive che mirano ad ottenere un miglior isolamento termico dell’involucro edilizio (cappotti, infissi a tenuta…) al fine di ridurre le dispersioni di energia termica e dei relativi consumi energetici, e che la conseguenza principale di questa tendenza è stata la significativa diminuzione della ventilazione degli edifici.
È venuto, quindi, a mancare quel ricambio d’aria naturale che attraverso gli “spifferi” in passato garantiva il ricambio dell’aria. A ciò dobbiamo aggiungere l’inquinamento derivato dalle attività umane che avvengono negli ambenti interni, dall’utilizzo di prodotti per la pulizia, dalla presenza di animali domestici, alle sostanze nocive emesse dall’arredamento, dalle attività in cucina, dal fumo di tabacco, dall’uso di solventi, di colle. Se pensiamo, poi, alle attività in ufficio dobbiamo considerare anche gli inquinanti derivati dall’utilizzo di toner per stampanti o di videoterminali.
Ecco un elenco di inquinanti interni, identificati dal Ministero della Salute:
